Un regime, un perchè. Parte seconda.

pubblicato in: POLITICA ESTERA, PRIMO PIANO | 0
FacebooktwitterlinkedinmailFacebooktwitterlinkedinmail

Come abbiamo visto precedentemente, la minaccia posta dalla Corea del Nord (DPRK) non può essere certamente militare.

Armi, veicoli ed equipaggiamenti obsoleti, soldati addestrati poco e male, dottrina militare scarsa o inesistente.

Forse il lato politico, anzichè quello militare, potrà darci una spiegazione almeno parziale del comportamento dei vari leader nordcoreani nel tempo, e del perchè la DPRK esista ancora.

Il ricatto

L’attuale leader nordcoreano, Kim-Jong-Un, sta in realtà portando avanti una vecchia politica, già concepita e messa in pratica dal padre.

L’idea è di minacciare i propri vicini di terribili ritorsioni, agendo sulla giustificabile paura della comunità internazionale riguardo una guerra che, se scoppiasse, sconvolgerebbe gli equilibri politici dell’estremo oriente.

Non la vogliono gli americani perchè si rischierebbe un coinvolgimento russo e cinese, non la vogliono i cinesi che sanno bene che la DPRK verrebbe annientata, trovandosi così truppe americane al confine.

Tantomeno la vuole, ovviamente, la Corea del Sud, la quale non può certo assorbire 25 milioni di profughi poverissimi nella sua economia senza collassare.

Ma cosa si aspettano di ottenere i leader nordcoreani?

Aiuti umanitari.

Semplicemente dalla caduta dell’URSS la DPRK si è trovata senza un potente alleato che potesse rifornire e sostenere la sua cadente economia, perciò essendo impossibilitati ad aprirsi al resto del mondo per ragioni ideologiche e di puro mantenimento del potere assoluto, si cerca di ricattare i paesi vicini per avere aiuti gratis per mandare avanti il paese.

Dalla morte del padre del paese, Kim-Il-Sung, nel 1994 il figlio Kim-Jong-Il ha messo in atto questa tattica, ottenendo molto dalla comunità internazionale.

Petrolio a prezzi stracciati da Cina e Russia, derrate alimentari dall’ONU, cooperazione medica e industriale col Sud, ecc e tutto solamente agendo come un bullo di periferia.

La scommessa nucleare

Ma se questa politica estorsiva si è rivelata così di successo, perchè ora la DPRK sta potenzialmente rischiando sanzioni efficaci (e quelle sinora attuate non lo sono state) provocando alleati e avversari con un programma nucleare?

In realtà, l’idea di dotarsi dell’arma atomica risale agli anni immediatamente successivi alla caduta dell’URSS.

La già allora attiva cooperazione in ambito atomico (benchè ancora solo civile all’epoca) coi sovietici venne meno nel 1989, così la DPRK decise di dotarsi dell’arma atomica, principalmente per “aggiornare” e rendere più credibile la sua tattica estorsiva.

Una cosa è minacciare qualcuno con un esercito decrepito e male addestrato come quello nordcoreano, una cosa è farlo con una bomba atomica.

Negli anni successivi, sino a circa il 2002-2003, la tattica fu pressochè uguale al solito.

Far vedere che si procede a costruire un ordigno atomico, minacciare qualcuno (Giappone, Corea del Sud, USA), ricevere aiuti in cambio dello stop del programma nucleare, continuare il programma sottobanco come se nulla fosse per poi ripetere la sceneggiata qualche anno dopo.

Dopo l’11 settembre però tutto cambiò.

La DPRK, come il resto del mondo, assistette infatti all’invasione americana dell’Afghanistan e dell’Iraq, e al conseguente processo e condanna a morte di Saddam Hussein.

Nelle alte sfere della DPRK ci si chiese “Chi è il prossimo?”, e così la corsa alla bomba H continuò non più come strumento ricattatorio per raccattare qualche aiuto internazionale, ma come assicurazione per la sopravvivenza del regime stesso.

Nulla infatti garantiva più che gli USA non decidessero di invadere la DPRK, ora che era venuto meno il sostegno sovietico e che l’amministrazione americana si mostrava sempre più aggressiva, agli occhi di Pyongyang.

Un’ulteriore spinta a questo programma venne data nel 2011, con la caduta di vari dittatori in nordafrica, Gheddafi in primis.

Questo è quindi l’obiettivo dell’attuale programma nucleare nordcoreano, rendere il regime inattaccabile e impervio a rovesciamenti causati da governi esteri, in modo da perpetuare il potere della dinastia dei Kim.

Cosa fare?

Tentare la carta della diplomazia?

Se si trattasse di un regime ragionevole, per quanto possa esserlo una dittatura, l’idea sarebbe preferibile.

Nei decenni però abbiamo visto che la DPRK è tutto meno che ragionevole.

Sinora, ogni trattato firmato è stato essenzialmente considerato carta straccia prima ancora che si asciugasse l’inchiostro, e questo non depone certo a favore del regime attuale.

Kim-Jong-Un sta ora giocando in maniera pericolosa però, perché oltre le iniziative lodevoli, come i timidissimi e insufficienti (ma comunque interessanti) tentativi di disgelo in sede olimpica, c’è sempre un regime che non brama altro che la sua sopravvivenza.

Non si illuda Trump di poter trovare un punto d’incontro con Kim-Jong-Un.

La leadership nordcoreana sa benissimo che, se allentano la pressione anche solo di poco, la popolazione coglierebbe l’occasione per appenderli al collo.

Non per odio (o meglio, non solo), ma per semplice fame e disperazione.

Invadere la Corea del Nord?

La DPRK ha, parrebbe, una manciata di testate atomiche.

Le stime più recenti parlano di una forbice fra tredici e sessanta testate, che è un arsenale più che sufficiente a intimidire chiunque, e non c’è dubbio che se messo con le spalle al muro Kim-Jong-Un non avrebbe remora alcuna ad usarlo.

Evidentemente quindi una soluzione militare è da escludere.

In teoria, gli Stati Uniti avrebbero la possibilità di intercettare la limitatissima capacità di lancio nordcoreana, ma c’è sempre la possibilità per quanto remota che un missile passi comunque, e anche una sola testata causerebbe perdite inaccettabili.

Imporre sanzioni?

C’è un problema di scopo.

Cosa si vuole fare con le sanzioni?

Se l’idea è quella di ricondurre il regime di Pyongyang a più miti consigli, si tratta di un’ipotesi abbastanza rischiosa, visto che sinora le sanzioni hanno portato praticamente zero risultati, Kim-Jong-Un non ha certo remore a vedere i suoi sudditi morire di fame e ad impiegare l’esercito per stroncare ogni rivolta.

Peggio ancora se l’idea è quella di rovesciare il regime nordcoreano.

L’idea sarebbe stroncata nell’ONU per via del veto incrociato cinese e russo, per evitare lo strapotere americano in quella parte del mondo, e se anche passasse la Cina non avrebbe problema alcuno a fregarsene dell’embargo.

Organizzare una insurrezione?

Fantapolitica, se si pensa di farla partire dall’esterno.

I soli problemi logistici e di segretezza sarebbero enormi, e il coinvolgimento anche indiretto estero sarebbe osteggiato da tutti, compresi i sudcoreani che non hanno alcun interesse a vedere crollare uno stato confinante in possesso di armi atomiche, che fine farebbero le armi nordcoreane?

Cosa garantisce che un Kim disperato non lanci tutto quello che ha contro Seoul prima di capitolare?

Un’ipotesi.

Apparentemente, stando ad alcuni resoconti dati da persone che sono riuscite a scappare dalla DPRK, il regime di Pyongyang non è il solido monolite che cerca di sembrare.

Le nuove generazioni apparentemente hanno ben poco rispetto per la nuova leadership, e sebbene per ora una rivolta su larga scala non si sia ancora concretizzata, ci sono segnali preoccupati per Kim.

Le statue del padre e del nonno dell’attuale membro della famiglia Kim, che sono da sempre luoghi di veri e propri pellegrinaggi, sono state recentemente (ottobre 2017) vandalizzate con dei graffiti.

Le statue di Kim-Il-Sung (a sinistra) e Kim-Jong-Il (a destra) sul cosiddetto “Monumento della collina Mansu” a Pyongyang.

Un atto del genere ha virtualmente nessun precedente in Corea del Nord.

Nemmeno durante la tremenda carestia che ha colpito il paese negli anni ’90, durante la quale la gente letteralmente moriva di fame per strada, nessuno ha mai anche solo seriamente provato a mancare di rispetto a figure mitologiche quali sono Kim-Il-Sung e Kim-Jong-Il.

Questo atto è confermato, sia direttamente che indirettamente, dal fatto che non solo il regime, notoriamente poco propenso a rivelare certe notizie, ha ammesso che è avvenuto, ma ha anche aumentato la già rigida sicurezza intorno ai monumenti della capitale.

Ma ci sono anche altri segnali.

In Corea del Nord, c’è chi riesce a contrabbandare penne USB, DVD e quant’altro all’interno del paese, riuscendo a raggiungere la misera “classe media” che c’è nel paese.

Il materiale contrabbandato, curiosamente, spesso non è nemmeno propaganda di alcun genere, ma si tratta si semplici film, telenovele, musica.

Quando un regime costringe alla miseria larghissima parte della popolazione, solo per mantenere il potere, una cosa innocente come un film può bastare per cominciare a incrinare l’immagine divina dei leader.

Non mi sbilancerò in previsioni, la Corea del Nord ha più volte dimostrato che non hanno alcuna affidabilità, ma una piccola speranza che i nordcoreani si disfino dei Kim, recentemente, sembra un pò più verosimile di prima.

 

 

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"