Follie nucleari.

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Negli anni ’50 e ’60, il mondo in generale e gli Stati Uniti in particolare erano abbagliati dalle potenzialità che l’energia atomica sembrava poter sprigionare.

Molti progetti sorsero intorno all’idea di usare le capacità dell’energia nucleare, da quelli più di successo (i reattori nucleari per l’energia) a quelli più assurdi, in questo articolo vedremo insieme 3 di questi ultimi.

Gilbert U-238 Atomic Energy Laboratory

Scatola con i componenti del Gilbert U-238 Atomic Energy Laboratory.

Creato nel 1950 dall’eclettico personaggio Alfred Carlton Gilbert (atleta, prestigiatore, inventore, uomo d’affari e produttore di giocattoli), era pensato per essere l’equivalente atomico del Piccolo Chimico.

Il set, all’epoca venduto al prezzo di 49,50 dollari, conteneva:

Il Gilbert U-238 Atomic Energy Laboratory assemblato.

Nella confezione c’erano anche le batterie e qualche opuscolo su come trovare giacimenti di uranio (promettendo, a nome del governo americano, 10.000 dollari di ricompensa per ogni minerale d’uranio trovato.), un fumetto e un catalogo di giocattoli di Gilbert.

Notate nulla?

Un giocattolo che, al suo interno, aveva dei minerali radioattivi.

Addirittura la brochure del giocattolo arrivava a suggerire attività come “giocare a nascondino” con delle sorgenti di raggi gamma, nascondendo dei campioni radioattivi in una stanza e trovandoli col contatore Geiger.

In generale, il giocattolo non era troppo pericoloso, perchè i campioni erano debolmente radioattivi e ben sigillati nei barattoli, ma la possibilità che detti barattoli si rompessero e che spargessero polveri radioattive in giro era alta, e inalare polveri del genere non sarebbe stata una bella esperienza.

Il giocattolo (probabilmente per fortuna) non vendette affatto bene, con meno di 5000 unità vendute in un anno e fu poco dopo ritirato dal commercio.

Ad oggi, il Gilbert U-238 Atomic Energy Laboratory è diventato un pezzo per collezionisti, arrivando a prezzi anche oltre le cento volte il suo prezzo originario.

 

Ford Nucleon

William Ford, col modello di Nucleon in scala 1:33.

Concepita nel 1957, ma mai realmente costruita se non come modello in scala 1:33, la Ford Nucleon partiva da un presupposto molto ottimistico, e cioè che nel futuro le automobili a benzina sarebbero state rimpiazzate da auto più efficienti, aerodinamiche, silenziose e con altissima autonomia.

Ma soprattutto, a propulsione nucleare.

L’idea era che, quando possibile, si sarebbe installato un mini reattore nucleare sul retro dell’automobile, il quale avrebbe scaldato dell’acqua sigillata in un circuito chiuso, il quale avrebbe generato vapore in quantità tale da far funzionare sia un piccolo generatore elettrico, sia la propulsione stessa dell’auto.

Gli ingegneri della Ford addirittura si spinsero a immaginare un’intera rete di “distributori”, i quali al posto della benzina avrebbero fornito reattori nuovi per le automobili, sostituendo quelli vecchi sul posto.

C’era anche la possibilità, secondo la Ford, di personalizzare il reattore a seconda delle proprie necessità, andando dalle configurazioni più sportive a quelle più “cittadine”.

L’auto fu a un passo dal venir prodotta e commercializzata, a dispetto di un fatto, il più stupido degli incidenti poteva di fatto trasformarsi in una Chernobyl mobile, danneggiando il reattore e sputando scorie radioattive ovunque.

La pietra tombale sulla Nucleon fu l’informazione e la crescente prudenza dell’opinione pubblica americana riguardo l’energia atomica.

 

Project Chariot

I piani del Project Chariot.

Risalente al 1958, il Project Chariot prevedeva di scavare un nuovo porto in Alaska, presso Cape Thompson, con 4 bombe atomiche da 100 kilotoni, che avrebbero essenzialmente definito la banchina, e 2 bombe termonucleari da un megatone l’una che avrebbero scavato il bacino adiacente.

L’idea era patrocinata da Edward Teller, padre della bomba termonucleare, e dalla Commissione Americana dell’Energia Atomica.

Il progetto avrebbe letteralmente sparato in aria qualcosa come 70.000 chilometri cubi di detriti, generando una potenza pari a circa il 40% degli esplosivi usati nella seconda guerra mondiale.

Un editoriale, quando l’Alaska divenne uno stato a tutti gli effetti nel 1958, si lanciò in un’appassionata campagna per difendere e promuovere l’idea:

Noi pensiamo che, detonare una enorme bomba atomica in Alaska, sarebbe un’adeguata introduzione alla nuova era che si apre di fronte al nostro nuovo stato.

Scriveva il Fairbanks Daily News-Miner, il 24 luglio del 1958.

Gli Inuit nativi locali non la pensavano così e, per fortuna, riuscirono a fermare il progetto, diventando quindi i primi (assieme ad altre organizzazioni scientifiche e ambientaliste) a riuscire a mettersi contro un test nucleare americano, costringendo le autorità a interrompere il progetto a tempo indefinito (anche se tutt’ora risulta non formalmente cancellato).

Questo mostruoso progetto, prima di venir cassato per le complicazioni relative all’inquinamento radioattivo della zona interessata, venne concepito come “test” per un progetto ancora più grande, ovvero l’idea di scavare un secondo canale di Panama (Program Plowshare) a suon di bombe atomiche, idea accantonata anch’essa nel 1977.

 

Questi test, oggetti e idee furono discendenti diretti del clima di eccessivo ottimismo che regnava, riguardo l’energia atomica, negli anni ’50 e ’60, della relativa ignoranza e sottovalutazione dei pericoli delle scorie nucleari e della Guerra Fredda, che quasi costringeva le due superpotenze a concepire piani sempre più assurdi e pericolosi, per mostrare la propria potenza militare, tecnologica e industriale all’avversario.

 

Anche i militari, dal canto loro, ebbero delle pessime idee riguardo l’energia nucleare.

 

 

 

 

 

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